Frassati, vivere per Cristo per imparare a vivere per gli altri
Il monologo dell′attore teatrale Christian Di Domenico chiude la Festa di San Girolamo
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Pubblicato il 2026-10-06
Non è difficile capire perché Pier Giorgio Frassati continui a parlare al cuore dei giovani e, più in generale, all'uomo di oggi. La sua non è la storia di una vita fuori dal mondo, ma di una vita vissuta fino in fondo dentro il mondo: con gli amici, la montagna, lo studio, l'impegno sociale, la passione per la vita e, soprattutto, l'incontro concreto con i poveri.

A Castrovillari, domenica sera, questa storia è tornata a farsi presenza, voce e domanda. Al Polifunzionale, il monologo dell'attore Christian Di Domenico ha chiuso la Festa di San Girolamo con una celebrazione intensa, toccante, a tratti profondamente commovente. Un'ora nella quale la vicenda di Frassati è stata restituita non come il racconto distante di un santo, ma come l'esperienza di un giovane capace di prendere sul serio la propria vita.

Ed è proprio qui che la serata ha trovato il suo punto di forza: Frassati non propone di vivere meno, ma di vivere di più. Non chiede di sottrarsi alla realtà, ma di attraversarla con una ragione, una fede e una responsabilità.

La domanda che la sua vicenda consegna al presente è allora semplice e radicale: come si può vivere davvero per gli altri se prima non si è disposti a vivere per Cristo?

Il racconto di Di Domenico (principale erede ed insegnante della metodologia d'arte drammatica alschitziana in Italia) ha seguito questa traiettoria, intrecciando la vicenda di Frassati con un passaggio della propria esperienza personale. Una scelta che ha dato al monologo una dimensione ancora più umana, facendo emergere il tema della misericordia: quella possibilità, spesso inattesa, di essere raggiunti proprio nei momenti di maggiore fragilità e di essere rimessi in cammino dalla Grazia.

Frassati, in questo racconto, appare per quello che è stato: un ragazzo pienamente dentro la normalità e, proprio per questo, capace di renderla straordinaria.

Amava la montagna e l'amicizia. Viveva con entusiasmo. Sapeva stare in compagnia, scherzare, coltivare passioni. Ma quella gioia non rimaneva chiusa nel perimetro della propria vita. Lo spingeva verso gli altri, soprattutto verso chi aveva meno, chi soffriva, chi viveva ai margini.

La sua fede non era una parentesi privata. Era il principio che teneva insieme tutto.

La preghiera, la carità, l'amicizia, la cultura, l'impegno sociale: non compartimenti separati, ma dimensioni di un'unica esistenza.

È questa la prospettiva richiamata anche da don Giovanni, parroco di San Girolamo, introducendo la serata. In Frassati, ha indicato, si trova l'esempio di un'umanità vissuta senza mezze misure, nella quale la fede non impoverisce la libertà ma la rende più consapevole, non allontana dagli altri ma conduce a incontrarli con maggiore profondità.

Ma è negli ultimi giorni della sua vita che questa testimonianza raggiunge forse la sua espressione più radicale.

La sorella Luciana ha raccontato la sofferenza crescente di Pier Giorgio e il modo in cui egli affrontò il proprio calvario. Aveva soltanto ventiquattro anni. La malattia lo stava consumando. Eppure, proprio mentre la sua esistenza si faceva sempre più fragile, rimase attento a chi gli era accanto.

Ai suoi genitori, anzitutto.

Anche nella sofferenza estrema, Frassati non volle che il proprio dolore diventasse una pretesa nei loro confronti. Non cercò di imporsi, di trattenere, di legare a sé le loro scelte. Continuò a rispettarne la libertà, lasciando spazio anche al loro dolore e alla loro responsabilità di genitori.

È un particolare apparentemente semplice, ma di una forza straordinaria.

Perché proprio quando la sofferenza potrebbe chiudere l'uomo dentro se stesso, Frassati continua a guardare fuori da sé. Anche nel momento in cui avrebbe avuto ogni ragione per chiedere tutto agli altri, continua a riconoscere nell'altro una libertà da custodire.

Qui la sua umanità sembra incontrare, in filigrana, la logica della Passione di Cristo.

Sul Calvario, davanti a coloro che lo stanno condannando, Gesù dice al Padre: «Perdona loro, perché non sanno quello che fanno».

Non c'è, naturalmente, sovrapposizione tra la vicenda di Cristo e quella di Frassati. C'è però il riflesso di una stessa radicalità evangelica: il dolore non deve diventare possesso dell'altro; l'amore non si trasforma in dominio; la libertà dell'altro rimane sacra anche quando si soffre.

È forse uno degli aspetti meno raccontati e più potenti della testimonianza di Frassati.

Ed è anche quello che rende la sua figura particolarmente urgente oggi.

Perché il nostro tempo conosce una crescente difficoltà a vivere relazioni fondate sul dono, sulla gratuità, sulla responsabilità. La tentazione dell'autoreferenzialità, della solitudine e del ripiegamento su se stessi attraversa le relazioni personali e la vita sociale.

Frassati propone una strada opposta.

Vivere per Cristo per imparare a vivere per gli altri.

Non come formula devota, ma come criterio concreto dell'esistenza.

È questo il messaggio che la serata di Castrovillari ha rilanciato con particolare forza. Una fede capace di entrare nella vita, nella cultura, nella società, nelle relazioni. Una fede che non chiede all'uomo di essere meno umano, ma di diventarlo fino in fondo.

Pier Giorgio Frassati, nato a Torino nel 1901 e morto nel 1925, terziario domenicano, appassionato di montagna, di amicizia e di vita sociale, vicino ai poveri e impegnato nella realtà del suo tempo, è stato proclamato santo nel 2025. La sua figura è diventata un punto di riferimento per tanti giovani proprio perché non racconta una santità disincarnata ma una valanga di vita.

E Racconta una santità che cammina.

Che sale in montagna.

Che incontra gli amici.

Che entra nelle strade della città.

Che si china sui poveri.

Che si assume responsabilità.

E che, alla fine, sa anche attraversare la sofferenza senza smettere di rispettare la libertà di chi ama.

Il suo celebre «Vivere, non vivacchiare» acquista allora un significato ancora più profondo. Non è soltanto il rifiuto di una vita mediocre. È la scelta di un'esistenza capace di avere un centro, una direzione e un destinatario.

La santità, nella vicenda di Frassati, non cancella l'umano: lo compie.

Non sottrae alla realtà: vi immerge.

Non rende indifferenti alle ferite degli altri: insegna a farsene carico.

E soprattutto non chiude l'uomo in se stesso: lo apre al dono.

È forse questa la ragione per cui la serata conclusiva della Festa di San Girolamo è andata oltre il semplice ricordo di un santo. Il monologo di Christian Di Domenico ha restituito al pubblico una domanda che riguarda tutti, credenti e non credenti: che cosa significa, oggi, vivere davvero?

La risposta di Frassati non è teorica.

È una vita.

Una vita breve, intensa, imperfetta e piena.

Una vita nella quale la fede è diventata amicizia, la carità è diventata prossimità, la libertà è diventata responsabilità e persino la sofferenza è stata attraversata senza smettere di amare.

In un tempo nel quale parlare di vita piena può sembrare quasi un atto controcorrente, Frassati torna così a ricordare una cosa essenziale: non basta esserci. Bisogna scegliere per chi vivere.

E, per lui, quella scelta aveva un nome preciso: Cristo. Da lì nasce tutto il resto.